La Manna dell’Anima - Lectio divina - P. Paolo Segneri

LUGLIO

 

VII. GIORNO

Qual copia di grazie prepari il Signore a chi ode la sua voce, e la conserva nel cuore.

 

« Si quis audierit vocem meam, et aperuerit mihi januam, intrabo ad illum, et caenabo cum illo, et ipse mecum. — Se alcuno udrà la mia voce, e mi aprirà la porta, entrerò da lui, e cenerò con lui, ed egli meco » (Apocalisse di Giovanni 3, 20).

 

I.

Considera, che già fatta la risoluzione di aprir la porta a chi chiama (ch’è quello stato, in cui restò il peccatore nella Meditazion precedente), non mancano talora da superare delle difficoltà per venire all’atto. Bisogna scomodarsi, bisogna scuotersi, bisogna quanto prima deporre quella pigrizia, che naturalmente provasi al bene. Ma chi non le supererà volentieri, veggendo per qual effetto hanno a superarsi? Per ammettere in casa un così grand’ospite, qual è Dio: « Si quis aperuerit mihi januam, intrabo ad illum. — Se alcuno mi aprirà la porta, entrerò da lui ». Oh che gran dire è quel « mihi — a me » ! La maggior difficoltà però si trova alla porta, che chiude l’uscio. Qual è questa porta? Il peccato: questo è l’ostacolo, che tanto tempo ha impedito nel cuore l’ingresso a Dio: e questo si rimove col proposito fermo di mutar vita, ch’è qui il totale aprimento. Vero è, che alcuni tengono questa porta non sol serrata, ma rinforzata con istanghe, con chiavi, con catenacci. E questi son coloro, i quali hanno a durar fatica, dico quei, che intricati nella iniqua consuetudine, si tengono ancora attorno le male pratiche, o sono oppressi da gravi restituzioni di riputazione, di roba, di cose tali. Santo Agostino voleva un tempo aprire ornai la sua porta, si sbattea, si affannava, si affaticava, e pur dopo tanto sforzo non ritrovava ancor il modo di aprirla. Rispondea di dentro al Signore, che gli avrebbe aperto, ma non allora: Sed non modo. Oh infelice consuetudine! Tu che dici? Se ad aprire anche trovi difficoltà, prega il Signore, che ti aiuti ad aprire, perchè quantunque sia vero ch’egli vuole, che tu medesimo ti contenti di aprirgli di mano tua, per rispettar tanto più la tua libertà; contuttociò appena farai tu quel che puoi dalla parte tua, ch’egli di fuori darà tal urto alla porta, che il tuo aprire, il suo entrare sarà tutt’uno : « Si quis aperuerit mihi januam, intrabo ad illum. — Se alcuno mi aprirà la porta, entrerò da lui ». Vedi che il Signore non pone di mezzo, neppure un attimo? Tanta è in lui la voglia di entrare.

II.

Considera, che di ragione dovrebb’egli aspettare, che tu per termine almeno di civiltà gli uscissi incontro ad accoglierlo in su la strada, come sempre si fa con gli ospiti grandi, e lo introducessi. Ma non vuol farlo. Appena si vede l’adito, egli è dentro, « Intrabo ad illum. — Entrerò da lui ». L’aprire è del peccatore, l’entrare è un’opera, la quale è tutta di Dio, e cosi da sè la fa tutta. Nè vuol dimorare su l’uscio di sorta alcuna, perchè non viene per chiedere, com’è uso de’ bisognosi, vien per donare, come benefattore, viene per conversar, come amico, viene per consolare, come amorevole, viene per consigliar, come guida, viene per sanar, come Medico, viene per addottrinare, come Maestro, e però vien subito dentro : Si quis mihi apparuerit, intrabo. Gli stranieri ancor dappoi, ch’è stata loro aperta la porta, rimangon ivi ad attendere chi l’aperse : i confidenti non già. E però da questo atto già tu ti accorgi, che appena il peccatore è giustificato con la cordial contrizione, ch’è la più breve rimozion dell’ostacolo, che tutto a un tratto si trova amico di Dio, ancor che prima gli fosse talor nimico il più esecrabile. E come dunque non amerai quella contrizione santissima, che tanto presto ti dà un amico sì degno? Basta che tu gli apra, egli è tuo : « Si quis aperuerit mihi januam, intrabo ad illum. — Se alcuno m’aprirà la porta, entrerò da lui ». Non solo dice « intrabo — entrerò », ma « intrabo ad illum — entrerò da lui » : perchè egli non viene a te per vaghezza di starsene in casa tua. Ne ha una molto più bella. Viene a te per te, viene per istenderti tosto le braccia al collo, viene per accarezzarti, viene per arricchirti, viene perchè appena arrivato tu possa incontanente valertene a tuo servizio : « intrabo ad illum — entrerò da lui ».

III.

Considera, che di questo ingresso sì subito due sono le ragioni principalissime. L’una si tiene dalla parte di Dio, ed è quella pur or detta, la somma voglia, ch’egli ha di stare con l’uomo : « Deliciae meae esse cum filiis hominum. — Mia delizia è lo stare co’ figliuoli degli uomini » (Proverbio 8, 31). L’altra si tiene dalla parte dell’uomo, ed è perchè Dio non vuole, che l’uomo fermisi punto, per dir così, sulla soglia della sua conversione contento di quei puri atti di detestazione del peccato, di abborrimento, di abbominazione, di dolore, benchè santissimi; ma vuol che tosto passi ad esercitarsi in opere di pietà, di profitto, di perfezione, come chi ha già seco accolto il Signore in casa per suo grand’ospite . Però tu vedi, ch’entrato appena il Signore, si tratta subito di apparecchio di cena : che dico di apparecchio? di cena stessa, quasi che già sia apparecchiata: « intrabo ad illum, et coenabo cum illo, et ipse mecum — entrerò da lui, e cenerò con lui, ed egli meco » : tanto ci conviene tosto essere pronti al bene, se abbiamo davvero volontà di piacergli. Questa cena poi se ben si guarda, è un onore prodigiosissimo : perchè chi è l’uomo, che il Signore si degni non solo di visitarlo, come si diceva una volta, ma di cenar presso di lui? Benchè nè anche ho detto ancora abbastanza in dir presso di lui : dovea dir anzi, con lui; perchè così dice il Signore medesimo di sua bocca : « Coenabo cum illo — Cenerò con lui » ; non dice « apud illum — presso di lui », dice « cum illo — con lui ». E a te che sembra di benignità tanto strana? Si è talor ritrovato, che qualche Re in occasion o di cammino, o di caccia, si sia per suo ricovero ritirato là tra le selve a cibarsi nella capanna di un vil pastore, fino a gradir di ricevere di man d’esso quei poveri regalucci, o di fiori, o di fragole, o di castagne, che con simplicità si mirò arrecare. Ma quando mai egli avrà voluto degnare di star con esso alla sua rustica mensa? Piuttosto avrà voluto tener egli il pastore a tavola seco, che star egli alla tavola del pastore. Eppure il Signore, ecco che fa l’uno, e l’altro : « coenabo cum illo, et ipse mecum — cenerò con lui, ed egli meco ». Mentr’egli parla così, conviene senza fallo che trattisi di due mense : l’una che s’imbandisca da Dio 00 all’uomo, l’altra, che s’imbandisca dall’uomo a Dio : altrimenti sarebbe bastato dire : « Ego coenabo cum illo — Io cenerò con lui », o « ille coenabit mecum — egli cenerà meco ». Mentre dunque egli le distingue così, sono al certo due vicendevoli, che si fanno dall’uomo a Dio, e da Dio all’uomo, come se questi fossero Personaggi da stare al pari. E solo ciò non ti leva ancora in estasi di stupore? « Dilectus ineus mihi, et ego illi. — Il mio diletto è meco, ed io con lui » (Cantico dei Cantici 2, 16).

IV.

Considera qual sia questa cena, che prima qui s’imbandisce dall’uomo a Dio. Sono i suoi poveri cibi. E che può mai dare un uomo, che allor allora si ritrova ridotto dal peccato alla grazia? Non può dar altro, se non che frutti degni di penitenza. E questi sono a un tal ospite i cibi cari : cibi che non lo sostentano, no, come sostentano l’uomo, ma lo ricreano : anzi lo dilettano tanto, che sulla terra li preferisce anche a quegli ch’ei porge all’uomo : e però scorgi, che prima vuole seder egli con l’uomo a questa tavola, che dall’uomo si appresta, e poi vuol tener l’uomo a tavola seco : « Coenabo cum illo, et ipse mecum. — Cenerò con lui, ed egli meco » : non « ipse coenabit mecum, et ego cum illo — egli cenerà meco, ed io con lui ». Nè devi maravigliartene. I cibi, che Dio qui riceve dall’uomo, sono le opere di virtù : i cibi, che Dio dà qui all’uomo, sono le consolazioni spirituali, son le dolcezze, son le delizie, con cui lo ricompensa di ciò, che pate. Or non ha dubbio, che Iddio si compiace più nelle opere di virtù, che dall’uomo riceve, che non si compiace sulla terra nei doni, che all’uomo porge. Se pur non vuole, che la mensa dell’uomo sia preferita, perchè tu intenda, che a quella proporzione, con la quale tu procederai verso Dio nell’alimentarlo, sarai da lui alimentato. Se tu gli farai mensa lauta, non dubitare, altrettanto lauta la riceverai poi da Dio; se scarsa, scarsa; se sottile, sottile. Mira quei Santi, i quali si affaticarono per Dio molto : non poteano capire in sè per le contentezze, che Dio loro versava in seno. Erano costretti a gridare : non più, non più : Satis est, Domine, satin est. Laddove, che vuoi dire, che tu forse dal Signore sei reficiato sì parcamente? perchè parcamente il reficii : « Retribuit mihi Dominus secundum justitiam meam. — Il Signore mi dà retribuzione secondo la mia giustizia » (Salmo 18, 25).

V.

Considera, che nella rifezione che l’uomo dà a Dio, si adombra lo stato de’ proficienti; in quella che Dio dà all’uomo, si adombra lo stato de’ perfetti; non perchè nell’uno e nell’altro, e Dio non reficii l’uomo con le consolazioni spirituali e l’uomo non reficii Dio con le opere di virtù; ma perchè nello stato de’ proficienti è più quello, che l’uomo mette dalla parte sua, e nello stato de’ perfetti è più quello, che mette Dio. Nello stato de’ proficienti più si fatica che non si gode : e così qui si dice, che l’uomo è quegli che fa la cena. Nello stato de’ perfetti più si gode che non si fatica : e così qui si dice, che la fa Dio. Ora ognun sa, che lo stato de’ proficienti precede in tutti di tempo a quel de’ perfetti : e per questo ancora la mensa, che Dio riceve dall’uomo, è qui premessa, come scorgi, alla mensa, che l’uomo riceve da Dio : « Coenabo cum illo, et ipse mecum. — Cenerò con lui, ed egli meco » : non « ipse coenabit mecum, et ego cum illo — egli cenerà con me, ed io con lui ». Se però tu giammai pretendi gran consolazioni da Dio, prima che per Dio tu ti eserciti molto bene in opere di virtù, sai tu che pretendi? Pretendi d’essere prima perfetto, e poi proficiente. Ma ciò sarebbe un confondere tutto l’ordine. Prima viene il « coenabo cum illo — cenerò con lui », e dipoi vien l’« ipse mecum — egli meco ».

VI.

Considera come ambedue queste mense, ch’hai qui sentite, non si fanno a lume di Sole, ma di lucerna: voglio dire a lume di fede: non sono di dì, son di notte: e però sono dette cene: Coenabo. Si fanno queste in virtù di quelle cognizioni di fede, che l’uomo prova in questa valle profonda di oscurità, dove è verissimo, che il Signor si discopre di tratto in tratto con qualche maggior chiarezza : ma qualunque ella siasi, sempre è molto differente da quella, con cui si fa vedere in Cielo da’ Beati a lume di gloria. E contuttociò quivi ancora a lume di gloria egli darà all’uomo la sua cena: «Beati qui ad coenam nuptiarum Agni vocati sunt. — Beati coloro, che sono stati chiamati alla cena nuziale dell’Agnello» (Apocalisse di Giovanni 19, 9). Ma questa non sarà cena per un tal capo, perchè si faccia di notte, mentre là sopra splenderà giorno perpetuo; sarà cena per l’altro capo, per cui qualunque cena vien detta cena; ed è perchè quella sarà l’ultima rifezione, dopo cui non ne dovrà succedere verun’altra, tanto sarà dilettosa: non si troverà chi desideri mai cambiarla: cena che seguirà finalmente dopo la total cessazione delle fatiche durate qui su questa misera terra; e però questa è altresì quella cena, la quale il Signore promette all’uomo giusto per contraccambio, mentr’egli dice: « Coenabo cum ilio, et ipse mecum — Cenerò con lui, ed egli meco ». Non gli promette quella rifezion solamente, che si fa a lume di lucerna, ma non è l’ultima, perchè non toglie la fame, piuttosto l’accresce: gli promette anche quella, che sarà l’ultima, perchè toglie la fame affatto, ma tarassi a lume di Sole. Beato, se a te, che leggi, toccherà mai di sedere a sì bella cena. Però ricordati, che prima che il Signore imbandisca la mensa a te, convien che tu, secondo ciò che ti permettono le tue deboli forze, l’appresti a lui : et coenabo cum illo, et ipse mecum; altrimenti tu non solamente non goderai la sua cena qualunque sia, ma egli appena entrato dentro il cuor tuo in virtù della conversione, si partirà; perchè non avrà quella rifezione che tanto brama da te delle tue buone opere. A questo effetto egli viene: Intrabo ad illum, et coenabo cum ilio, et ipse mecum. Come tu desisti da queste, come ti dai al sonno, come ti dai agli spassi, come ti dai alle solite oziosità, tutta la tua conversione sarà finita: e così al fin converrà, che svergognato il Signore da te si parta, come farebbe un ospite accolto in casa, e dipoi lasciato digiuno.

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