La Manna dell’Anima - Lectio divina - P. Paolo Segneri

MAGGIO

XXII. GIORNO

Delle consolazioni celesti.

 

« Defecit manna, postquam comederunt de frugibus terrae, nec usi sunt ultra cibo illo filii Israel.— Mancò la manna, dopo che ebbero mangiato de’ frutti della terra, e i figli di Israele mai più non usarono quel cibo » (Giosuè 5, 12).

I.

Considera come quella proporzione medesima, che passava tra la manna del Cielo, e le biade della Terra, passa tra le consolazioni celesti, e tra’ diletti terreni. La manna era un cibo, che per la sua nobiltà grande s’intitola il pan degli Angioli : « Angelorum esca nutrivisti populum tuum — Col cibo degli Angeli nutristi il tuo popolo » (Sapienza 16, 20); e tali sono le consolazioni celesti. Le biade sono un cibo comune ancora alle bestie; e tali sono tutti i diletti terreni. La manna era un cibo, che non solo valeva a sostener l’uomo, ma a preservarlo dalle sue infermità: onde finché gli Ebrei se ne alimentarono non vi fu in tanto popolo infermo alcuno: Non erat in tribubus eorum infirmus (Salmo 105, 37); e tali sono le consolazioni celesti. Le biade non solo ammettono infermità, ma spesso ancora ne cagionano, come infette; e tali sono tutti i diletti terreni. La manna avea un sapor naturale, non può negarsi; ma quello solo equivaleva ad infiniti, anzi a tutti : « Omne delectamentum in se habentem. — Conteneva in sè ogni delizia » (Sapienza 16, 20). Sicchè dunque, come giusto, era degno di farne prova; non aveva più bisogno di cercare altro. Quel cibo solo, « deserviens uniuscujusque voluntati, ad quod quisque volebat convertebatur — adattandosi al genio di ciascuno, era divenuto quale ciascun voleva » (Sapienza 16, 21); e tali sono le consolazioni celesti. Le biade, secondo la varia lor qualità, han varii sapori: ma tutti insieme sono ancor sì poco atti ad appagare il palato, ch’è necessario specolar tutto dì nuovi intingoli da condirle; e tali sono anche i diletti terreni. Ma fra tante proporzioni, la massima sembra questa, che siccome la manna fu solo data in supplemento, quantunque assai vantaggioso, di quelle sementi, di cui gli Ebrei rimanevano affatto privi per seguitare il loro Dio nel deserto; così è delle celesti consolazioni. Sono concedute in ricompensa di quei terreni diletti, di cui l’uomo si priva spontaneamente per servir a Dio. Sicchè chi ha questi, non accade in modo veruno, che speri quelle. Lo vuoi scorgere chiaramente? Mira come tosto che gli Ebrei, usciti dal deserto, cibaronsi di ciò, che trovarono sulla Terra, mancò la manna : « Comederunt de fructibus terrae die altero. — Mangiarono de’ frutti della terra nel giorno seguente ». E che ne seguì? « Defecitque manna, postquam comederunt de frugibus terrae: nec usi sunt ultra cibo illo filii Israel. — Mancò la manna, dopo che ebbero mangiato de’ frutti della terra, e i figli d’Israele mai più non usarono quel cibo ».

II.

Considera, che non dice « comederunt de frugibus, postquam defecit manna — mangiarono de’ frutti, dopo che mancò la manna », ma « defecit manna, postquam comederunt de frugibus — mancò la manna, dopo che ebbero mangiato de’ frutti ». Perchè il Signore non suole comunemente sottrarre all’anima le celesti consolazioni, se non dappoi che ella se n’è cominciata a rendere indegna, con andar dietro a’ diletti vani degli uomini. E’ vero, che talora egli le sottrae senza questo, per pura prova, lasciando l’anima quasi digiuna totalmente di cibo, sicchè non l’abbia, nè dalla Terra per dir così, nè dal Cielo, ma solamente dal mare de’ suoi travagli: « Replevit me amaritudinibus. — Mi oppresse d’amarezza » (Lamentazioni 3, 15). Contuttociò questo non suole accadere per lungo tempo, perchè il Signore sa bene, che senza qualche ristoro non si può vivere. E quando per lungo tempo ciò pur succeda ad alcuni spiriti più perfetti, più puri, supplisce interiormente il Signore con un conforto simile a quello, che nel deserto ebbe Elia, il quale senz’alcun dubbio non fu soave, perchè constava di pane soccenericcio; ma fu ciò non ostante sostanziosissimo; ond’è che il Profeta « ambulavit in fortitudine cibi illius quadraginta diebus, et quadraginta noctibus usque ad Montem Dei Oreb — fortificato da quel cibo camminò quaranta giorni, e quaranta notti sino all’Oreb monte di Dio » (Primo libro dei Re 19, 8): Non «ambulavit in dulcedine —non camminò raddolcito » : ma che importa ? « ambulavit in fortitudine — camminò fortificato ». Anzi questo ristoro medesimo così asciutto val più che tutti i passatempi terreni, anche in genere di dolcezza. Onde se dimandi a tali anime, se cambierebbero col soave di questo l’amaro loro, le sentirai tutte rispondere a una voce, che no: perchè ben conoscono che prezioso amaro sia quello, che han chiuso in seno: « Cor quod novit amaritudinem animae suae, in gaudio ejus non miscebitur extraneus. — Solo il cuor che conosce l’afflizione dell’anima sua, conosce ancora il suo gaudio » (Proverbio 14, 10). Ma fuori di questi casi straordinarii il Signore, ancora insensibilmente, regala i suoi molto più di ciò che faccia qualunque altro Padrone sopra la Terra. Siano pur essi contenti del solo piatto, che da lui goderanno, senza procacciarsene altronde, e vedranno, come saranno da lui trattati signorilmente. Ma se lo procacciano altronde, oh allora sì, che verranno a perdere il suo : « Defecit manna, postquam comederunt de frugibus terrae. — Mancò la manna, dopo che ebbero mangiato de’ frutti della terra ». Vuoi vedere quanto il Signore sia delicato in questa materia? Basta, che tu, non dico ti sazii de’ diletti terreni, ma gli assapori : ti ritoglie a un tratto la manna. Che però non dice: « Defecit manna, postquam comederunt fruges —Mancò la manna, dopo che ebbero mangiati i frutti »; dice, « postquam comederunt de frugibus — dopo che ebbero mangiato de’ frutti ». Ma se lo fa, ben ha ragione di farlo, perchè troppo regio è il suo piatto. E tu contuttociò lo rifiuterai, per tirar quello, che ti promettono i sensi tuoi animaleschi? Oh che torto rechi al tuo Dio! Sai che differenza si trova tra le contentezze terrene, e tra le celesti? « Inter manna, et fruges — tra la manna, e i frutti »? Quello appunto, che v’è tra la Terra e ‘l Cielo.

III.

Considera, che perduta che ebbero una volta la manna, gl’ Israeliti non la ricuperarono più: Nec usi sunt ultra cibo illo filii Israel: perchè oh quanto è facile, che perduta che abbi una volta, per colpa propria, la consolazione del Signore, non abbi più a trovar modo di riacquistarla, ancorchè assai ti mortifichi a tale effetto ! Però procura di stare attento a non perderla : altrimenti verrà poi tempo, in cui di tal consolazione non altro ti resterà che una semplice rimembranza, atta piuttosto a ingenerare rammarico, che ristoro. Così avvenne a’ figliuoli ancor d’Israele, a cui restò sì bene un vaso di manna, che lungamente si conservò dentro l’Arca; ma ciò non fu per uso, fu per memoria; che però forse qui dice : « Nec usi sunt amplius cibo illo fui Israel —E i figli d’Israele mai più non usarono quel cibo », per dinotare, che se n’ebbero un saggio nella maniera ora detta, mai non l’usarono. Ritiene il vaso della manna nell’Arca, chi nella mente ha molto vive le specie di quella consolazione, ch’egli provava, quando daddovero attendeva a servire Iddio con uno staccamento beato dal mondo tutto. Ma che gli vale, se ciò non basta a far sì, che più si nutrisca « de cibo illo — di quel cibo »? Non può allora lo sconsolato far altro, che rammemorare con Giobbe gli antichi suoi giorni, colmi di tanto conforto, e dire ancor esso : « Quis mihi tribuat ut sim juxta menses pristinos, secundum dies, quibus Deus custodiebat me etc. quando lavabam pedes meos butyro, et petra fundebat mihi rivos olei? —Chi mi darà, che io ritorni qual era ne’ mesi trascorsi, ne’ giorni, in cui Dio aveva la custodia di me ecc. quando io col butirro ungeva i miei piedi, e da’ massi sgorgavano per me rivoli d’olio? » (Giobbe 29, 3, 6). Guardati dunque di non averti a ridurre in un tale stato. E posto ciò, finchè ti dura la manna, non la sprezzare. Lascia i diletti terreni a chi vuol goderseli : tu solo anela a’ celesti. Se pur non vuoi con cuor magnanimo sacrificare al tuo Signore anche questi con dirgli, che sulla Terra ti dia soltanto, quanto sia sufficiente a tenerti in vita, non in delizie: « Mendicitatem, et divitias ne dederis mihi: tribue tantum victui meo necessaria. — Non darmi mendicità, nè ricchezze: concedimi solo quel ch’è necessario al mio vivere » (Proverbio 30, 8).

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