La Manna dell’Anima - Lectio divina - P. Paolo Segneri

OTTOBRE

 

XVII. GIORNO

Sopra la parola « Pater ».

« PaterPadre ». (Vangelo di Matteo 6, 9).

 

I.

Considera, che gran prodigio sia questo, che un uomo vile porgendo supplica a Dio possa con verità nominarlo Padre, nè solo possa, ma debba : « Sic orabitis: Pater, etc. — Voi pregherete così : Padre, ecc. ». E’ tanto questo, che non parrebbe fattibile, se Cristo non ci avesse così ordinato. Però il Sacerdote, quando egli vuol sull’Altare, qual Ministro pubblico, recitar col popolo il Pater noster, premette sempre questo preambolo espresso : « Praeceptis salutaribus moniti, et divina institutione formati, audemus dicere: Pater nostér, etc. — Animati dai salutevoli precetti di Gesù Cristo, e da’ suoi ammaestramenti guidati, osiamo dire: Padre nostro, ecc. », per protestare, che cessa in un tal linguaggio la presunzione, mentre v’è preceduto il comandamento. Prima però di snodare tu ancora la lingua in dire a Dio, Padre, risveglia in te un intimo sentimento di confusione in riguardar chi sei rispetto ad un Dio, tu verme vile, tu laido, tu lotolento, tu peccatore: « Et nunc, Donnine, Pater noster es tu, nos vero lutum. — E adesso, o Signore, tu se’ il Padre nostro, e noi fango » (Isaia 64, 8).

II.

Considera come tutti gli uomini possono chiamare Iddio Padre, in quanto sono sua creatura, cioè in quanto sono stati formati dalle sue mani, e formati ad immagine propria, e in quanto da lui sono protetti, provveduti, e pasciuti ancora ogni dì con amor paterno : « Numquid non Pater unus omnium nostrum? — Non è egli uno solo il Padre di tutti noi? » (Malachia 2, 10). Ma noi fedeli, quando chiamiamo Iddio Padre, abbiam la mira più alta. Lo chiamiam Padre in riguardo a quella grande adozione soprannaturale, che possediamo nello stato nostro di grazia. Quindi è, che Iddio, benchè nel senso più ampio, sia Padre universale di tutti, Pater omnium, contuttociò agli altri uomini sulla terra non dà se non doni vili, come fe’ Abramo, che Padre, e Padre sì ricco, non die’ al figliuolo Ismaele in accomiatarlo, altro che un ceston di pane, che posegli sulle spalle, ed un utre d’acqua. A noi fedeli egli serba l’eredità, come Abramo fe’ con Isacco. E però mira con quanto affetto hai tu sempre ad esprimere questa voce, qualora dici a Dio: « Pater — Padre ». L’hai da esprimere con doppio affetto: con affetto di figliuolo nell’ordine della natura, e con affetto di figliuolo nell’ordine della grazia. Qual figliuolo nell’ordine della natura, tu gli devi tutto il tuo essere, e però sei più obbligato di essere tutto suo, con tutte le tue operazioni, che non è l’albero, con tutte le sue foglie, con tutti i fiori, con tutti i frutti, d’essere a pro del padrone, che lo piantò. E qual figliuolo nell’ordine della grazia, non solamente gli devi tutto il tuo essere, ma tutto il suo ch’egli ha già cominciato a participarti, con intenzione di farti un giorno a sè tutto simile nella gloria, come simile già gli sei nella grazia. Pensa qui dunque, che cuor dev’essere il tuo, quando tu dici a Dio « Pater — Padre »

III.

Considera, che nel testamento vecchio erano que’ buoni Santi figliuoli di Dio adottivi pur essi, come siamo noi, mercè la Grazia, che fin da’ principii del mondo fu donata a tutti coloro, che avesser fede nella venuta, allor futura, di Cristo. Contuttociò rare volte quei Santi stessi chiamarono Iddio loro Padre, se non quanto alla creazione. E la ragion era, perché quantunque fossero anch’ essi veri figliuoli adottivi, contuttociò non ardivano dirsi tali : mercè ch’essi erano nello stato ancora di servi, come que’ figliuoli, che per essere ancora pargoli, stan soggetti ad un rigido pedagogo, qual era loro la legge : « Quanto tempore haeres parvulus est, nihil differt a servo, cum sit dominus omnium. — Fino a tanto che l’erede è fanciullo, ei non è differente in cosa alcuna da un servo, essendo padrone di tutto » (Lettera ai Galati 4, 1). Con la venuta di Cristo, « ubi venit plenitudo temporis —venuta la pienezza del tempo », siamo arrivati ad uscire di servitù: « Jam non sumus servi, sed filii — Non siamo più servi, ma figliuoli ». Ond’è, che adesso non solo siamo figliuoli di Dio adottivi, com’erano ancora quegli, ma siam chiamati : Vocabuntur filii Dei vivi (Lettera ai Romani 9, 26). E però volle qui Cristo, che come adesso per favor suo ci chiamiamo con libertà figliuoli di Dio, così con libertà chiamiamo Iddio Padre: « Sic orabitis: Pater — Voi pregherete così: Padre », ch’è ciò, che intese parimen te l’Apostolo quando disse : « Quoniam autem estis f ilii, misit Deus Spiritum filii sui in corda vestra, clamantem: Abba, Pater. — Or siccome voi siete figliuoli, ha mandato Dio lo Spirito del Figliuol suo ne’ vostri cuori, il quale grida : Abba, Padre » (Lettera ai Galati 4, 6). Che pare dunque a te del tuo stato? non ti par tale, che meriti un’alta stima? sei nel grado medesimo di Gesù: se non che egli è Figliuolo di Dio per natura, e tu sei figliuolo di Dio, ma per adozione. Nel rimanente sei figliuolo vero tu ancora, e figliuolo adulto. « Ego dixi: Dii estis, et filii excelsi omnes. — Lo ho detto io: Voi siete Dii, e tutti figliuoli dell’Altissimo » (Salmo 82, 6).

IV.

Considera come per questa ragione ha qui Cristo voluto primieramente, che qualunque volta diciamo questa Orazione Dominicale, chiamiamo Iddio nostro Padre, nel senso più riguardevole dianzi addotto, affinchè sempre ci riduciamo a memoria la dignità dello stato nostro, e però se siamo figliuoli non vogliamo vilmente degenerare a trattarci mai nè da fanti, nè da famigli, come pur troppo fanno tanti Cristiani indegni di quel nome medesimo ch’essi portano. E pare a te, che a un tuo pari sia cosa giusta andar perduto dietro ai miseri beni di questa terra, come farebbono i figliuoli o di un Maometto, o di un Melantone? «  Princeps ea quae digna sunt Principe, cogitabit. — Il Principe penserà cose degne di Principe » (Isaia 32, 8). E’ un’ignominia di gran lunga maggiore a te, che sei figliuolo eccelso di Dio, chinare il guardo ai guadagni, alle glorie, ai piaceri impuri, che non sarebbe a un figliuolo d’ Imperadore l’ accumular lo stabbio dei letamai, l’ambir la soprintendenza delle latrine, l’immergersi nella marcia delle carogne. E pur tu tante volte per tali beni a che non arrivi? Arrivi a ripudiar la tua figliuolanza, anzi a farti schiavo nel tempo stesso al demonio, il quale adescandoti con le sue fallaci promesse, te gli offerisce; e dice ancora a te, come disse a Cristo figliuolo di Dio naturale, per ingannarlo : « Haec omnia tibi dabo, si cadens adoraveris me. — Tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai » (Vangelo di Matteo 4, 9). E perché non gli rispondi anche tu, come fece Cristo, che vadane alla malora? Vade Satana. Un figliuolo di Dio farsi schiavo di Satanasso? Oh che portento! Oh che insania! Oh che immanità! E’ altro questo, che andare in contado a guardare i porci. Sicuramente tu non puoi giugnere ad alzar più gli occhi al Cielo, per recitare a’ giorni tuoi il Pater noster, se prima col figliuol prodigo non ti getti dolente a piè del tuo Padre, e non gli dici anche tu con amare lagrime: « Pater, peccavi in Coelum, et coram te; jam non sum dignus vocari filius tuus. Padre, ho peccato contro del Cielo, e contro di te; non sono ornai degno di esser chiamato tuo figlio » (Vangelo di Luca 15, 21).

V.

Considera come il Signore ha voluto, che qualunque volta si recita l’Orazione Dominicale, chiamiamo Dio con questo nome di Padre, perciocchè ci riduciamo spesso a memoria non solo la dignità dello stato nostro, come pur ora si dicea, ma ancora quegli alti debiti, che ci stringono a diportarci verso Dio da figliuoli. Questi debiti si riducono a cinque. E sono di amarlo, di onorarlo, di obbedirlo, d’imitarlo, e finalmente di soggettarci alla sua sferza paterna : « Judicium Patris audite,.filii, et sic facile ut salvi sitis. — Figliuoli, ascoltate i precetti del Padre, e così fate per esser salvi » (Ecclesiastico o siracide 3, 2). Il primo debito è quello dell’amarlo : « In omni virtute tua dilige eum, qui te fecit. — Con tutte le tue forze ama colui che ti ha creato » (Ecclesiastico o siracide 7, 32). E questo debito si adempie sopra tutto col cuore. Vero è, che non si adempie in qualunque modo. Si adempie con amar Dio per Dio, che amor da figliuolo: non si adempie con amar Dio per que doni, che da lui speransi; perciocchè questo è amore di mercenario. Il secondo debito è quello dell’onorarlo : « Si Poter ego sum, ubi est honor meus? — Se io son Padre, dov’è l’onore dovuto a me? » (Malachia 1, 6). E questo debito si adempie sopra tutto con le parole: cioè con parole di lode verso Dio, di rispetto, di riverenza : « Sacrificium laudis honorificabit me. — Il sacrificio di lode mi onorerà » (Salmo 50, 23). Vero è, che onore gradito a Dio non è quello, che puramente gli si dà con l’esterno, ma con l’esterno insieme, e l’interno. Altrimenti, che onore è questo? Non è onor di figliuolo ad un padre caro : è di cortigiano ad un principe : « Populus hic labiis me honorat, cor autem eorum longe est a me. — Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lungi da me » (Vangelo di Matteo 15, 8). Il terzo debito è quello dell’obbedirlo: « Erit velut filius Altissimi obediens. — Sarà qual obbediente figliuolo dell’Altissimo » (Ecclesiastico o siracide 4, 11). E questo debito si adempie sopra tutto con le opere, perchè consiste nella esecuzione puntuale de’ suoi precetti : « Omnia, quae praecepisti mihi, faciam, Pater — Farò, o Padre tutto ciò che mi hai comandato ». Vero è, che nemmeno questo si adempie in qualunque forma : si adempie solo con l’ubbidir per amore. Chi ubbidisce per timor del gastigo, ubbidisce da servo, non da figliuolo. Il quarto debito è quello dell’imitarlo : « Patrem vocabis me, et post me ingredi non cessabis. — Tu mi chiamerai, Padre, e non cesserai di venire dietro a me » (Geremia 3, 19). E questo debito non può adempirsi se non che unitamente con tutto l’uomo, col cuore, con le parole, con l’opere : perché consiste in procurar di far quanto mai si fa per amor di Dio con la perfezione maggiore, che ci sia possibile : « Estote perfetti, sicut et Pater vester Coelestis perfectus est. — Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro Celeste» (Vangelo di Matteo 5, 48). Il quinto debito è quello finalmente di soggettarsi alla sua sferza paterna : « In disciplina perseverate: tamquam filiis vobis offert se Deus: quis enim Filius, quem non corripit Poter? — Siate perseveranti sotto la disciplina : Dio si diporta con voi come con figliuoli; imperocchè qual è il Figliuolo che non è corretto dal Padre? » (Lettera agli Ebrei 12, 7). E questo adempiesi con accettar pazientemente i gastighi, che Dio ci manda, la povertà, le infermità, le ignominie, le tentazioni, e con persuaderci, che di verità ce le manda per nostro bene : «Qui diligit filium suum assiduat illi flagella, ut laetetur in novissimo suo. — Chi ama il suo figliuolo adopra sovente con esso la sferza, affine di averne consolazione nel fine » (Ecclesiastico o siracide 30, 1). Il far così è procedere da figliuolo : il brontolare è da discolo : « Frustra percussi filios vestros: disciplinam non receperunt. — Senza frutto io castigai i vostri figliuoli, non dieder luogo alla correzione » (Geremia 2, 30). E però ecco quello, di cui Cristo ha voluto, che ti rammemori qualor tu dici a Dio : Padre. Ha voluto, che ti rammemori d’ogni debito, il quale sei tenuto di rendergli qual figliuolo : ma specialmente di quello, in cui manchi più. E qual figliuolo saresti però di Dio, se tu per disgrazia scorgessi, che manchi in tutti?

VI.

Considera come finalmente Cristo ha ordinato, che in questa nostra Orazione chiamiamo Dio col caro nome di Padre, perciocchè facendosi in essa dimande altissime, come tu a suo tempo vedrai, ha voluto così animare il cuor nostro ad una sicurezza infallibile d’ottenerle. E qual è mai quel padre, ancorchè terreno, il qual non ami di compiacere i figliuoli in ciò, che è di giusto? Adunque, che dovrà fare il Padre celeste, il quale è tanto maggiore e miglior di loro, ch’appo lui neppur v’è chi meriti di venir da noi più nominato padre? « Patrem nolite vocare super terram, unus est enim Pater vester, qui in Coelis est. — Non vogliate chiamare alcuno sulla terra vostro padre, imperocchè il solo Padre vostro è quello che sta ne’ Cieli » (Vangelo di Matteo 23, 9). Questa pertanto è la ragion principale, che ti dee muovere a fidarti in sommo di Dio. Il saper che tu appartieni a lui, come effetto alla sua cagione : « El nunc, Domine, fictor noster es tu: et opera manuum tuarum omnes nos. — E adesso, o Signore, facitore nostro sei tu, e tutti noi opere delle tue mani » (Isaia 64, 8). Però siccome una statua, se avesse senso, si prometterebbe ogni bene da quell’esimio scultore, che la formò, ogni pittura dal suo artefice, ogni palazzo dal suo architetto, ogni ferramento giovevole dal suo fabbro : così noi molto più ci possiamo promettere vivamente ogni ben da Dio : « Numquid sicut figulus iste, non potero vobis facere, Domus Israel? ait Dominus. — Non potrò io forse fare a voi, Casa d’Israele, come ha fatto questo vasaio? dice il Signore » (Geremia 18, 6). Dissi molto più, perchè gli altri agenti possono per vari difetti, che in loro trovansi, mancare infinitamente dal felice governo de’ loro effetti, benchè per altro lor cari. Ma Iddio non già: perciocchè Dio non soggiace a difetto alcuno. Non soggiace a impotenza, perchè la mano sua vince tutto : « Non est abbreviata manus Domini ut salvare nequeat. — La mano del Signore non è accorciata (com’ è la mano d’ un arido, o di un attratto) talmente che egli non possa salvare » (Isaia 59, 1). Non soggiace a ignoranza perchè la mente sua vede tutto: « Omnia nuda, et aperta sunt oculis ejus. — Tutte le cose sono nude ed aperte agli occhi di lui » (Lettera agli Ebrei 4, 13) : « nuda — nude », perchè le vede al di fuori, qual corpo ignudo : « aperta —aperte », perchè le vede ancora al di dentro, qual corpo non solo ignudo, ma aperto alla notomia. E non soggiace a difetto alcuno di ottima volontà, perchè il suo cuore ama tutti: « Diligis omnia quae sunt, etc. Nec enim odiens aliquid constituisti, aut fecisti. — Tu ami tutte le cose che esistono, ecc. Imperocchè se tu avessi odiata qualche cosa, tu non l’avresti nè ordinata, nè fatta » (Sapienza 11, 25) : « constituisti — non l’avresti ordinata » col decreto, che chiamasi d’intenzione: « fecisti — nè fatta », con quello di esecuzione. Se però Dio, benchè da noi non pregato, ci dee da sè far bene per questo solo, perchè egli è cagion nostra, quanto più dunque ce ‘1 dovrà fare, pregatone con istanza? Questa è la base, su cui hai tu da fermare quella speranza, che non confonde. Saper che per tanti titoli Iddio ti è Padre, e però questa parola di Padre par messa ancor nella presente Orazione, per fondamento di tutta l’Orazione, e di tutte le parti di essa; non altrimenti, che se in qualunque delle sue petizioni la replicassi: « Pater, sanctificetur nomen tuum, Pater, adveniat regnum tuum, Pater, fiat voluntas tua — Padre, sia santificato il tuo nome, Padre, venga il tuo regno, Padre, sia fatta la tua volontà », e così dell’altre. Questa parola Pater, questa, dico, è qui la parola, che regge il tutto.

Archivio delle meditazioni